“Il movimento agroecologico ha una chiara volontà di trasformazione sociale: quando consumi, fai politica”

di Bart Grugeon

Ricard Espelt e Núria Vega ritraggono le lotte del movimento agroecologico nei diversi quartieri di Barcellona tracciando un itinerario storico. Il libro “Cooperativisme i Agroecologia a Barcelona. 25 anys: 1993-2018” (Comanegra, 2019) è frutto di un processo collaborativo a cui hanno partecipato quasi cinquanta collettivi. Il saggio presenta le riflessioni sulle sfide per il movimento agroecologico per fare un cambiamento di scala e incamminarsi verso un modello in cui agricoltura e alimentazione siano basate sulla sovranità alimentare.

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I due autori del libro “Cooperativisme i Agroecologia a Barcelona. 25 anys: 1993-2018” (Comanegra, 2019) conoscono il cooperativismo e il movimento agroecologico da dentro, come membri dei gruppi di consumo e per le proprie attività professionali. Ricard Espelt lavora con il gruppo di ricerca Dimmons dell’Universitat Oberta de Catalunya (UOC) dove studia l’impatto delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sul cooperativismo agroecologico. Núria Vega è impegnata nel progetto Food Coop Barcelona – che prevede la creazione di un supermercato cooperativo – e anche in Desvestint Aliments – un programma educativo e divulgativo che svela la “falsa estetica del cibo”. Oggi, in occasione della presentazione del libro presso la Cooperativa Culturale Rocaguinarda di Barcellona, parliamo del loro libro, dell’evoluzione del movimento agroecologico e delle sfide che deve affrontare per organizzare il sistema produttivo alimentare al di fuori dalle logiche del mercato globale.

Come è nata l’idea di scrivere il libro?

Ricard Espelt (R.E): Durante la mia tesi di dottorato, ho intervistato una sessantina di cooperative e associazioni agroecologiche, che mi hanno trasmesso una storia orale non scritta da nessuna altra parte e che si andava perdendo. Da qui l’idea di fare un itinerario storico attraverso i diversi quartieri della città, spiegando i legami tra il movimento agroecologico e le lotte cooperativiste. Il libro ospita molte voci, lo abbiamo impostato come un saggio perché siamo coscienti che raccontiamo una versione possibile del movimento e che un altro autore potrebbe porre accenti diversi.

Núria Vega (N.V): Come redattori abbiamo fatto il grosso del lavoro per scrivere il libro, ma abbiamo incorporato il lavoro di altre persone che in precedenza avevano pubblicato opere sul cooperativismo nei quartieri e abbiamo lasciato il testo aperto affinché una cinquantina di collettivi lo potessero elaborare e rivedere. Siamo partiti dal 1993 con la creazione di Germinal a Sants, che è stata ufficialmente la prima cooperativa agroecologica: a partire da qui è cresciuto il movimento. Il libro segue l’evoluzione della vita di ciascuno dei distretti della città.

Perché si formano i gruppi di consumo?

R.E: Dentro le cooperative agroecologiche constatiamo due orientamenti: ce ne sono alcune più “verdi” e altre più “rosse”. Quelle che definiamo “verdi” tengono più in considerazione la salute, il benessere, gli aspetti ecologici della produzione, il contatto diretto con il produttore e il rapporto di fiducia. Quelle considerate “rosse” hanno un punto di partenza molto più politico e pensano soprattutto alla necessità di trasformare il sistema agroalimentare attraverso il consumo. Ma le due tendenze sono sempre compresenti e la visione comune è quella della sovranità alimentare. Nello stesso modo molti geografi pensano che la Catalogna possa rifornirsi in gran parte con prodotti locali e stagionali, assicurando una dieta ricca, sana e rispettosa degli ecosistemi.

N.V: Molti gruppi sono informali, non hanno nessuna forma giuridica. Spesso nascono da un riflessione personale dei soci, che vogliono consumare in modo diverso e vogliono sapere da dove proviene il cibo. È molto più facile organizzare questo tipo di consumo in modo comunitario piuttosto che farlo in forma individuale. Osserviamo anche che molti collettivi hanno legami con altre attività di quartiere (come gli atenei o i centri sociali e culturali). Ciascun gruppo definisce i criteri di acquisto e tiene conto delle dimensioni agroecologiche, ma anche sociali, di trasporto…e contatta i produttori in modo auto-organizzato. C’è molto lavoro volontariato.

R.E: L’intera catena alimentare convenzionale è poco democratica e controllata da pochi fornitori. Il movimento agroecologico crea uno spazio di consumo che punta a rivedere il modello. C’è una chiara volontà di trasformazione sociale: quando consumi, fai politica. Tutto il movimento parte in modo informale, ma sa collegarsi ad altre lotte – come, per esempio, il movimento politico del 15-M – così si genera una confluenza di lotte e un aumento dei gruppi di consumo.

I prodotti biologici stanno diventando di moda e si trovano anche nei supermercati o nei negozi “eco”. Le cooperative agroalimentari come vivono questa evoluzione?

R.E: Il termine “ecologico” si riferisce solo al metodo di produzione e vuole dire che non vengono utilizzati erbicidi o pesticidi, e che secondo il caso non vengono utilizzati nemmeno i prodotti chimici di sintesi, come i fertilizzanti. Il movimento agroecologico ha una visione molto più olistica e guarda anche alle condizioni sociali dei contadini, ai chilometri percorsi dal prodotto, all’imballaggio, all’integrazione nel territorio o alla biodiversità.

La produzione agroalimentare oggi funziona all’interno della logica del mercato globale: genera precarietà sul versante della produzione, soprattutto al sud; avvelena il territorio e distrugge la biodiversità, impoverendo i suoli. E provoca un impatto ambientale negativo con il trasporto e con gli imballaggi. Tutte queste esternalità non vengono prese in considerazione, non hanno un impatto sul prezzo.

N.V: Alla fine, tutti questi aspetti globali, che sembrano distanti, hanno una ripercussione sull’economia locale e influenzano la vita nei nostri quartieri.

Che dimensione ha il movimento agroecologico?

R.E: I dati più recenti indicano che in Catalogna ci sono circa 160 cooperative di consumo. Di queste, una sessantina si trova nella città di Barcellona e rifornisce circa 3.500 persone. Mediamente hanno tra le 20 e le 25 unità di consumo, la maggior parte delle cooperative non ha un punto vendita.

N.V: Ci sono gruppi di consumo che non vogliono crescere e altri che vogliono. L’Economat Social a Sants, per esempio, è composto da 140 famiglie e questo mese hanno inaugurato un nuovo locale all’interno della cooperativa de La Borda. Vuole essere un luogo di acquisto aperto al quartiere. Anche la Magrana Vallesana a Granollers, un negozio di prodotti agroecologici provenienti da produttori locali, ha più di 300 soci. Con Food Coop Barcelona vogliamo costruire un supermercato cooperativo per un pubblico molto più vasto, proprio come è stato fatto a New York da Park Slope Food Coop o a Parigi da La Louve.

Quale strategia deve sviluppare il movimento agroecologico per conseguire un cambiamento di scala?

R.E: C’è bisogno di spazi di confluenza con l’economia sociale e solidale, attraverso l’adozione di strumenti come il bilancio sociale, per professionalizzare il settore e conferire più trasparenza. Personalmente credo che l’uso delle tecnologie sarà un elemento chiave. Internet sta diventando uno strumento fondamentale per l’acquisto, anche di prodotti agroecologici. C’è bisogno di piattaforme tecnologiche più professionali, che permettano una maggiore efficienza nel trasporto, nella gestione degli ordini e in molti aspetti organizzativi. Credo che il progetto Katuma della cooperativa Coopdevs, una piattaforma che si serve di tecnologie aperte, riunisca tutti questi aspetti. La tecnologia è un articolatore fondamentale nella società digitale, anche per le cooperative.

N.V: Riteniamo che l’attività stia cambiando scala e lo spieghiamo nella terza parte del libro, dove integriamo i dati e le conoscenze di Cooperativa Aresta e di Fondazione Roca Galès, specializzate nella ricerca sulla sovranità alimentare e sul cooperativismo. Si stanno creando nuovi modelli di consumo e di produzione e si sta arrivando a nuovi pubblici. Questo dà molte speranze. Per raggiungere questo punto, il lavoro delle cooperative di consumo della città di Barcellona, e dei dintorni, nel corso di questi 25 anni, è stata fondamentale. Con il libro, vogliamo riconoscere questo lavoro.

Articolo pubblicato su Directa il 3 aprile 2019

Traduzione di Stefano Caffari

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